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L’iniziativa nazionale “Città – Spazi che cambiano, economie urbane che crescono”è un energico stimolo istituzionale. Serve a comprendere come i fa...
Pubblicato il April 2, 2026 11:00 AM

L’iniziativa nazionale “Città – Spazi che cambiano, economie urbane che crescono”è un energico stimolo istituzionale. Serve a comprendere come i fattori che spingono verso il basso le imprese del commercio non vadano considerati come una questione settoriale, bensì come una grande questione nazionale. I numeri elaborati dal centro studi Confcommercio sono impressionanti. Un trend che, senza nuove ed efficaci politiche e senza interventi per riutilizzare gli oltre 105mila negozi sfitti (un quarto dei quali da oltre un anno), è destinato ad aggravarsi ulteriormente con il rischio di perdere, da qui al 2035, altre 114mila imprese al dettaglio. Una strage. “Desertificazione d’impresa” l’ha giustamente chiamata il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli. Ma Confcommercio non si limita a lanciare l’allarme. Lo inquadra in una questione nazionale più ampia. L’analisi dell’indice di concentrazione della riduzione degli esercizi di commercio al dettaglio per tipo di centro abitato descrive infatti puntualmente un crescente disagio sociale in aree diverse del Paese, dai piccoli comuni nelle cosiddette “aree interne” a maggior proporzione di anziani sui residenti e di calo dei giovani, ai centri storici e alle periferie degradate delle grandi aree metropolitane del nord. Due scenari si sovrappongono: la desertificazione di imprese commerciali e diverse tipologie di desertificazione urbana. La due giorni organizzata da Confcommercio vuole esaminare in tutti i particolari questa cornice generale. Il degrado urbano è tema solo da lasciare agli amministratori locali, oppure va considerata un’emergenza nazionale? La rigenerazione urbana comporta a valutazione delle condizioni sociali di chi vive in quel contesto, apportando miglioramenti alla comunità locale, eliminando condizioni di marginalità, potenziando il sistema della mobilità, offrendo servizi di qualità per i cittadini e, in molti casi, migliori condizioni abitative, ambientali e di reti e infrastrutture sociali. Doveva essere una priorità nel PNRR: per la rigenerazione urbana, alla missione 5 componente 2. all’inizio il governo Conte pensava a 11 miliardi, poi scesero a 8 e nelle successive revisioni del PNRR, a cominciare dal 2024 fino all’ultima recente, sono scesi in realtà a meno di 4 miliardi. A questi si affiancano 1,2 miliardi dal fondo complementare nazionale, attraverso cui nell’estate 2025 il ddl sulla rigenerazione urbana ha sistemato i diversi interventi in un fondo di rigenerazione urbana presso il ministero dell’Interno che divide le risorse tra comuni sopra o sotto i 15 mila abitanti, cui si affiancano anche minifondi da poche decine di milioni di euro presso altri ministeri come quello delle infrastrutture. Già dal 2024 e ancora nel 2025 si sono ridimensionate le risorse attribuite inizialmente al PINQUA, il Programma Innovativo per la qualità dell’abitare, come a sostegno del PUI, i piani integrati urbani delle 14 aree metropolitane italiane. Meno tagli ha invece subito il piano detto SICURO, destinato a interventi nelle aree urbane sottoposte a rischi sismici e idrogeologici. A tutte queste diverse misure e fonti finanziarie bisogna aggiungere quelle complessivamente di alcune centinaia di milioni stanziati a livello locale da regioni e comuni, volti non solo alla rigenerazione ma anche al social housing. Come si vede, sulla rigenerazione urbana si è determinato un quadro complesso. Mentre, se si accoglie la proposta di Confcommercio di considerare la doppia desertificazione in una comune ottica di priorità nazionale, quel che serve è un quadro organico coordinato e coerente di interventi, non soggetti a variazioni semestrali com’è avvenuto col PNRR, e integralmente condiviso sin dall’inizio con ANCI e Conferenza delle regioni, oltre che con la Commissione Europea.