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Attualità

Intervento del Presidente Sangalli alla 40a Assemblea 2026

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16 settembre 2026
Autore:Annamaria Magliarella

Cara Presidente del Consiglio Onorevole Giorgia Meloni, caro Presidente del Senato Senatore Ignazio La Russa, caro Vice Presidente del Consiglio Onorevole Antonio Tajani, Signori Ministri, Onorevoli Parlamentari, Autorità, gentili ospiti, benvenuti a questa nostra Assemblea.

Grazie al corpo musicale della Guardia di Finanza.

Care e cari Presidenti e rappresentanti della Confcommercio, siete in tanti anche quest’anno a manifestare il vostro impegno, la vostra passione, la vostra presenza.

Grazie, grazie di cuore di essere qui.

Proprio questo auditorium, così pieno, così vitale, è emblematico di quella storia di popolo che è la Confcommercio.

La nostra è una storia di popolo, perché è una storia diffusa in tutto il Paese.

La nostra è una storia di popolo perché è dentro la storia del nostro Paese, dal commercio al turismo, ai servizi, ai trasporti, alle professioni, alla cultura.

La nostra è una storia di popolo perché le nostre imprese sono quelle che danno forma alla vita quotidiana delle persone; sono i monumenti vivi che animano le città e sono punti di riferimento nelle periferie e nei territori.

Le nostre imprese interpretano il pluralismo imprenditoriale e l’impresa diffusa, l’innovazione e la responsabilità, creando comunità reali e lavoro “giusto”.

Il nostro terziario di mercato si conferma il motore dell’economia italiana: dal 1995 ad oggi ha creato quasi 4 milioni di nuovi posti di lavoro e oggi contribuisce per il 53% al valore aggiunto.

In questo auditorium ci sono le imprenditrici e gli imprenditori che realizzano quello che chiamiamo “Sense of Italy”, che unisce beni e servizi, manifattura e turismo, commercio e cultura.

Il Sense of Italy è un racconto, antico e allo stesso tempo molto moderno, del Paese: la stessa prospettiva di Carlin Petrini che con il suo “tempo restituito” ha reso il cibo una qualità determinante dell’identità dei territori e della loro capacità di creare valore.

Il “Made In Italy” si può copiare. Il Sense of Italy, no.

Sul prodotto si possono mettere i dazi, sull’italianità no!

Il Sense of Italy è, in fondo, quello che ci rende unici.

Unici come voi. Unici come le persone che, oltre al proprio impegno professionale, hanno fatto un passo in più. Hanno scelto di partecipare, di spendersi nelle tante nostre associazioni, con passione civile e sociale, per fare la propria parte, per dare un contributo al futuro delle comunità e del Paese.

Per questo impegno vi ringrazio, grazie a tutti voi.

È un impegno che continua anche in questa stagione complicata, dove si ridisegnano nuovi equilibri geoeconomici.

Siamo a tre mesi di conflitto nel Golfo Persico, i cui effetti si sommano ai dazi e alle tensioni sulle materie prime con la drammatica guerra in Ucraina.

Sappiamo bene che la crescita di lungo termine dell’Italia è insufficiente, eppure, nonostante tutto, i fondamentali dell’economia italiana restano confortanti. Il reddito disponibile delle famiglie, in termini di potere di acquisto, si consolida su livelli migliori di quelli del 2019; l’occupazione ha superato i 24,3 milioni di lavoratori e l’inflazione al 3%, o poco sopra, è perlopiù dovuta all’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche.

La stessa produzione industriale ha di recente mostrato segni di risveglio e i consumi nella sostanza reggono, a partire dagli acquisti di beni durevoli.

Certo, c’è sempre la possibilità che le cose vadano male, anche molto male, ma raccontarci peggio di come siamo è un danno per tutti.

La fiducia, infatti, è un valore anche economico e la fiducia strutturale delle famiglie italiane, rilevata nella ricerca Confcommercio-Censis, presenta una sostanziale tenuta, moderata, lucida, potremmo quasi dire: “composta”.

Insomma, le famiglie riescono a distinguere il “rumore” proveniente dall’esterno rispetto alle condizioni relative ai redditi, ai prezzi, ai risparmi. A proposito, sulle recenti operazioni di consolidamento bancario: l’assetto che ne verrà dovrà preservare il risparmio delle famiglie e garantire la prossimità territoriale per rafforzare il credito e i servizi finanziari alle imprese!

In generale, c’è incertezza, ma anche una sensazione di potercela fare.

Da questo punto di vista, cioè della fiducia, le proiezioni sul turismo rimangono un fondamentale indicatore. Il turismo in Italia - degli italiani e degli stranieri - aggiorna record su record, con un determinante impatto sul PIL. Proprio l’apporto del turismo straniero alimenta in modo decisivo lo stesso saldo della bilancia dei pagamenti.

Segnali positivi, dunque.

Ma non mancano elementi di debolezza, come la crisi di fiducia dei giovani.

C’è una rischiosa combinazione: da una parte, la demografia gioca contro la crescita economica; dall’altra, la propensione alla genitorialità è esigua e, in prospettiva, addirittura in diminuzione. Viviamo in una grave crisi demografica. Negli anni ’80 avevamo quasi 25 milioni di giovani sotto i 30 anni. Oggi sono circa 16 milioni.

A questo aggiungiamo il tema della partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Proprio i nostri settori sono i primi per occupazione femminile e quelli più scelti dalle donne per fare impresa. Eppure, a livello generale, rimaniamo 13 punti percentuali sotto la media europea per partecipazione femminile al mercato del lavoro. In alcune regioni del Sud questo distacco dall’Europa arriva quasi a 30 punti.

Le donne non partecipano quanto potrebbero perché non sono realmente libere di decidere delle loro vite. E non lo saranno finché il lavoro di cura dei figli e degli anziani e la gestione domestica rimarranno un carico soltanto, o prevalentemente, femminile.

Tutto questo ha moltissimo a che fare proprio con l’impresa. Perché nelle economie avanzate esiste un rapporto strettissimo tra calo demografico e diminuzione di nuova impresa, tra nuova impresa e innovazione, tra innovazione e crescita.

A lungo, il nostro terziario nelle sue varianti più “tradizionali” è stato uno straordinario volano di autorealizzazione - e crescita - per le nuove generazioni.

Oggi le imprese innovatrici, che spesso sono imprese giovani, sono una leva di mobilità sociale e fiducia per le nuove generazioni.

A questi imprenditori dobbiamo dare un Paese che renda questa strada non solo dignitosa ma anche competitiva.

Pensiamo ad esempio all’occasione di introdurre il “ventottesimo regime”, decisivo per le stesse imprese giovani, rendendo più semplici e omogenee norme, lavoro e fiscalità nel contesto europeo.

Nel nostro Paese, viviamo in una - l’abbiamo definita così - fiscocrazia: troppe tasse, troppa burocrazia frenano imprese, investimenti, crescita. Quando tutto è troppo complicato e troppo costoso, chi rispetta le regole paga per tutti e non ce la fa!

Abbiamo apprezzato alcune linee strategiche del Governo, prima fra tutte il necessario rigore tenuto nella gestione dei conti pubblici.

Occorre procedere in questa prospettiva.

Le quattro priorità indicate per la riforma fiscale - cioè semplificazione, certezza del diritto, riduzione del carico tributario e lotta all’evasione - incontrano in pieno quanto chiediamo da tempo.

Si proceda, dunque, alla riduzione dell’aliquota centrale dal 35 al 33% per i redditi fino a 60mila euro, per dare il giusto riconoscimento al ceto medio.

Fiscalità equa e conti pubblici in ordine sono due fattori determinanti per la crescita economica.

I nostri imprenditori stanno dimostrando una straordinaria capacità di reazione alle continue crisi, creando futuro: per loro non chiediamo scorciatoie, ma che la strada sia sgombra, questo sì!

E questa strada va ormai nel mondo. I nostri imprenditori respirano il mondo.

Il mondo è troppo grande perché l’Europa non giochi un ruolo da protagonista, che non sia solo da arbitro. Ma è anche un mondo troppo piccolo per nascondersi.

L’Europa è nata da un progetto di pace e per la pace. Ci auguriamo allora che l’azione tenace della diplomazia internazionale resti la strada maestra per una pace duratura.

Valgono qui le parole di Alcide De Gasperi nel celebre discorso alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1946, che ammoniva “non sostate sui labili espedienti, non illudetevi con una tregua momentanea o con compromessi instabili: guardate a quella mèta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla”.

Una meta - la pace - che richiama, appunto, il ruolo politico dell’Europa.

C’è bisogno di un’Europa più forte dal punto di vista politico che riesca a parlare con una sola voce su temi come quelli del commercio internazionale, del mercato unico, della politica monetaria.

E in questo ambito si muove lo stesso euro digitale, che è un’opportunità a condizione che resti lo spirito di una moneta pubblica. Inoltre - se proprio un costo deve esserci - allora che sia uguale per tutta l’Europa, in misura contenuta, escludendo i micro-pagamenti.

Per l’Europa politica resta, inoltre, il tema della difesa comune, come garanzia di libertà e democrazia.

Riconosciamo il coraggio di una chiara politica internazionale del Governo nel rafforzamento del ruolo dell’Unione europea nel contesto occidentale, così come il paziente lavoro di tessitura nelle relazioni strategiche, anche con quei Paesi che sono i nuovi protagonisti globali.

Dall’Europa la settimana scorsa è arrivato, poi, un altro importante riconoscimento al nostro Paese legato ai costi energetici.

L’energia rimane in generale una priorità anche per il nostro settore, con un’attenzione particolare al tema del nucleare che resta un passaggio decisivo.

In tema di reti, pensiamo all’estrema difficoltà delle nostre imprese dei trasporti sui valichi alpini, sulla riforma del sistema portuale e sui costi degli Ets così penalizzanti per le autostrade del mare.

Solo nella prospettiva europea, è possibile affrontare l’accelerazione delle grandi transizioni.

Quella ambientale con il cambiamento climatico.

Quella digitale, con l’intelligenza artificiale che sta trasformando in modo profondo il nostro essere cittadini e imprenditori.

Nella sua prima enciclica, Papa Leone XIV sostiene che “E’ indispensabile che l’impiego dell’Intelligenza Artificiale sia accompagnato da criteri chiari e controlli effettivi, ispirati alla partecipazione e alla sussidiarietà. Le comunità e i corpi intermedi non possono essere ridotti a destinatari di decisioni prese altrove.”

L’intelligenza artificiale investe direttamente i nostri settori, stravolgendone alcuni, e richiede un ripensamento profondo e progetti strategici sulle competenze.

Sulle competenze si costruisce la qualità dell’impresa e del lavoro. L’impresa e il lavoro, di qualità, sono infatti veri agenti di integrazione.

Ottanta anni fa nasceva la Repubblica italiana che si fonda, in base alla Costituzione, sulla democrazia e sul lavoro.

La Confcommercio ha da sempre insistito sul tema della democrazia sostanziale che è quella che apre la politica e le istituzioni alla partecipazione delle parti sociali, dei corpi intermedi.

I corpi intermedi si chiamano così non perché “stanno in mezzo”, magari intralciando il cammino agli altri o per riempire i vuoti.

I corpi intermedi sono in mezzo perché costruiscono ponti, creano collegamenti, aiutano a fronteggiare, giorno per giorno, piccole e grandi difficoltà.

Nella stessa stagione drammatica del COVID, se l’emergenza sanitaria ed economica senza precedenti non si è tramutata in un’emergenza sociale senza precedenti, questo è stato possibile anche grazie ai corpi intermedi che hanno tenacemente mantenuto la rotta!

Democrazia e lavoro.

Il lavoro, la qualità del lavoro, è il fondamento della nostra Repubblica ed è il senso ultimo del nostro essere e fare rappresentanza.

Il sistema contrattuale di Confcommercio, complessivamente, interessa circa 5 milioni di lavoratori.

Ciò significa una cosa molto semplice: quando parliamo di qualità del lavoro nel terziario e nel turismo, parliamo di milioni di persone con un consolidato e innovativo sistema di welfare, purtroppo sotto attacco del dumping contrattuale che riduce la qualità dell’occupazione e ne frena la crescita.

Quando il lavoro si svaluta, si indebolisce tutto il sistema economico e ci perdiamo tutti!

Su questa priorità abbiamo condiviso l’impegno strategico con le parti sociali “comparativamente più rappresentative” e con il CNEL del Presidente Brunetta il riordino dell’Archivio Nazionale dei contratti.

Riconosciamo al Governo di aver lavorato su questo tema con visione e tenacia per promuovere equità e trasparenza.

Pensiamo soprattutto al “salario giusto” previsto dal decreto 1° maggio, che ha stabilito un criterio credibile e costruttivo.

Un conto, infatti, è il salario minimo che appiattisce verso il basso, un conto è il salario giusto che punta alla qualità!

Qualità del lavoro, delle competenze, delle imprese si traducono in qualità della vita delle nostre comunità.

La Confcommercio è la rappresentanza economica nelle città, o meglio, delle città. Le nostre imprese sono volto e anima dei territori, garanti di pluralismo imprenditoriale, presidi insostituibili di sicurezza e contrasto al degrado.

Per questo promuoviamo una visione strategica e coordinata che consideri le nostre imprese nelle città come “bene comune”.

Ecco perché il lavoro sull’agenda urbana europea e sulla nuova politica di coesione è fondamentale; un impegno che si deve tradurre in una coerente agenda urbana nazionale, sostenuta da una governance dedicata.

Certo, le città sono in continua trasformazione, talvolta senza un disegno organico, e con rischi “contrapposti”.

Da un lato, basti pensare alla desertificazione imprenditoriale, con la drammatica chiusura di oltre 156mila esercizi commerciali negli ultimi 13 anni.

Dall’altro lato, emergono fenomeni di sfruttamento intensivo delle città come l’affitto breve indiscriminato che penalizza le imprese dell’accoglienza e l’equilibrio dei tempi e dei luoghi delle comunità.

Per reagire, è fondamentale livellare il campo da gioco: regole chiare, stabili, eque.

A proposito, ci preoccupa la legge delega sull’artigianato così come è impostata.

Stesso mercato, stesse regole; rimanendo, comunque, sempre disponibili al confronto.

Senza regole condivise, infatti, non c’è mercato.

Senza mercato, non ci sono le imprese sane.

Senza imprese sane, non c’è crescita.

Senza crescita, non c’è coesione.

Senza coesione, non c’è futuro condiviso.

Senza le nostre imprese, l’Italia non sarebbe l’Italia delle piazze e dei territori, scelta ogni giorno dai viaggiatori di tutto il mondo perché scelta dai nostri cittadini.

Se vogliamo comunità e città coese e competitive dobbiamo riattivare il circuito virtuoso tra urbs e civitas, tra città fisica e la comunità che la vive, tema che richiede una piena collaborazione con Regioni ed Enti locali, a partire dalle stesse Camere di Commercio, sulle quali investiamo da sempre con idee e persone.

Per attivare questo circolo virtuoso, servono politiche attive e coerenti: formazione adeguata, fiscalità e incentivi responsabili.

Proprio in questo cammino Confcommercio c’è. La Confcommercio c’è, con la consapevolezza di rappresentare un’identità in evoluzione, un modello di vita e di lavoro che dà forma alle nostre città e ai territori.

Per usare le parole del Presidente Mattarella alla nostra Assemblea, siamo “protagonisti del divenire d’Italia”. E, con questa responsabilità, ci prendiamo cura del bene comune.

Ci prendiamo cura di crescita diffusa e lavoro di qualità.

Ci prendiamo cura di mestieri antichi e nuove professioni.

Ci prendiamo cura di città e territori.

Ci prendiamo cura delle persone e delle comunità.

Ci prendiamo cura gli uni degli altri e del futuro di tutti.

Perché siamo costruttori di futuro.

Perché siamo la Confcommercio.


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