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ViViBanca e Finpromoter: accordo da 100 milioni di euro

Siglata un'intesa strategica basata su un programma di cartolarizzazione da 100 milioni di euro. L'operazione punta a sostenere la crescita e la liquidità delle piccole e medie imprese italiane tramite finanziamenti garantiti a medio-lungo termine.

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Autore:Francesco Cremascoli

ViViBanca e Finpromoter hanno siglato una partnership strategica per erogare fino a 100 milioni di euro in finanziamenti a medio-lungo termine destinati alle piccole e medie imprese italiane. L'operazione punta a colmare il vuoto lasciato dalla contrazione del credito bancario tradizionale, offrendo risorse rapide al tessuto produttivo nazionale. L'intesa è strutturata su un programma di cartolarizzazione revolving della durata di 24 mesi. ViViBanca investirà progressivamente in portafogli di finanziamenti chirografari originati da Finpromoter, intermediario finanziario promosso da Confcommercio. I crediti saranno coperti dalla Garanzia Diretta del Fondo di Garanzia per le PMIper mitigare il profilo di rischio. Nel dettaglio, la banca sottoscriverà i titoli Class A e Class J emessi dal veicolo Maestrale SPV S.r.l. e ricoprirà il ruolo di Sub-Servicer Collection Account Bank. L'operazione prevede il trasferimento immediato di un primo tranche di crediti e successive cessioni periodiche fino al tetto massimo di 100 milioni di euro, creando un portafoglio diversificato per settori e aree geografiche. Per ViViBanca l'accordo rafforza la presenza nella finanza strutturata a supporto dell'economia reale. Per Finpromoter l'iniziativa permette di introdurre una nuova soluzione a tasso variabile pensata per i piani di sviluppo aziendali. "Con questa operazione rafforziamo ulteriormente il nostro posizionamento nel finanziamento alle PMI italiane, attraverso una struttura innovativa che ci consente di coniugare crescita, diversificazione e attenta gestione del rischio," ha dichiarato Antonio Dominici, Amministratore Delegato di ViViBanca. "La partnership con Finpromoter rappresenta un modello di collaborazione orientato a mettere a disposizione delle imprese nuove risorse per sostenere investimenti e sviluppo". "La partnership con ViViBanca nasce con un obiettivo chiaro: far arrivare risorse a chi fa impresa," ha aggiunto Pierpaolo Ciuoffo, Direttore Generale di Finpromoter. "Grazie a questo accordo mettiamo a disposizione 100 milioni di euro per dare un sostegno concreto sia alla gestione quotidiana sia ai progetti di crescita delle PMI. Portiamo sul mercato ciò che ci distingue da sempre: vicinanza reale agli imprenditori, risposte trasparenti e un accesso al credito semplice e veloce".

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FAQ

L’Assegno unico può essere richiesto da tutte le famiglie con figli a carico, indipendentemente dall’ISEE e dalla situazione lavorativa dei membri del nucleo. L’ADI, invece, si rivolge solamente ai nuclei familiari in condizione di fragilità. Le due misure sono compatibili.

Fonte: Liferay

Il green pass , o EU digital COVID certificate , è un certificato che, integrando le disposizioni della certificazione verde, consente anche di circolare nei paesi appartenenti all’Unione europea e nell’ area Schengen (Svizzera, Norvegia, Liechtenstein e Islanda), durante il periodo pandemia, senza l’obbligo di test e quarantene. In Italia è il Ministero della Salute ad emettere la certificazione, sia in formato cartaceo (stampabile) che digitale: un QR code permette l’identificazione e la validità della certificazione.

Fonte: Liferay


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Il caro energia frena crescita e consumi

Mentre le tensioni geopolitiche internazionali tornano a scuotere i mercati delle materie prime, l'economia italiana si trova a fare i conti con un fattore di vulnerabilità strutturale: il costo dell'energia elettrica . I dati dell'ultima analisi condotta da Confcommercio in collaborazione con il CER ( guarda il link al documento integrale in pdf ) delineano un quadro di marcato svantaggio competitivo per il tessuto produttivo nazionale. A settembre 2026, il Prezzo Unico Nazionale (PUN) dell'elettricità ha registrato un incremento del 73,3% rispetto ai valori medi del 2025, posizionandosi su livelli superiori del 271,1% rispetto al periodo pre-pandemico. Il confronto con le principali economie dell'Eurozona evidenzia un vero e proprio "spread energetico". L'Italia paga l'energia elettrica 65,3 euro al MWh in più rispetto alla Germania, 67,2 euro in più rispetto alla Spagna e ben 69,4 euro in più rispetto alla Francia. A guidare questa divergenza è la composizione del mix energetico nazionale. Nel 2025, il 43,7% dell'elettricità italiana è stata generata da impianti a gas , a fronte del 18,2% della Spagna, del 17,6% della Germania e di appena il 3,2% della Francia. Questa forte dipendenza espone in maniera asimmetrica il Paese alle impennate del mercato del gas europeo (TTF), che a settembre segna un +161,2% su base annua, parallelamente all'aumento delle quotazioni del greggio (+62,6% rispetto a dodici mesi fa). Nonostante la produzione italiana da fonti rinnovabili abbia raggiunto il 50%, la quota resta inferiore ai livelli di Spagna (56,9%) e Germania (56,3%). Il meccanismo marginale di formazione del prezzo fa sì che la risorsa marginale più onerosa, ovvero il gas, continui a determinare il costo finale dell'elettricità. A ciò si aggiunge il peso delle componenti fiscali e degli oneri di sistema, aumentati del 33,9% in Italia tra il 2021 e il 2025, mentre nello stesso arco temporale registravano contrazioni del 11,7% in Spagna e del 22,6% in Germania. Gli effetti macroeconomici di questo scenario rischiano di frenare il percorso di ripresa. Le stime dell'Ufficio Studi Confcommercio evidenziano che, ipotizzando una quotazione del Brent stabilmente a 140 dollari al barile nel 2027, l'inflazione subirebbe un'accelerazione di 0,7 punti percentuali, toccando il 3,7%. I consumi delle famiglie subirebbero una contrazione di circa 6,5 miliardi di euro complessivi (pari a 250 euro reali per nucleo familiare), riducendo la crescita del PIL allo 0,6% . L’impatto del rincaro del prezzo dell’energia, conclude l’analisi Confcom-CER, è particolarmente pesante per le imprese del commercio, del turismo e della ristorazione, che durante l’estate hanno dovuto aumentare i consumi elettrici anche per il maggiore utilizzo della climatizzazione. Nel terzo trimestre di quest’anno i consumi sono stimati in crescita del 15% rispetto al trimestre primaverile e, per effetto combinato di maggiori consumi e prezzi più elevati, nel secondo semestre 2026, per queste imprese si stima un aggravio complessivo di costo per le bollette elettriche superiore a un miliardo di euro : 494 milioni per i negozi, 207 mln per i ristoranti, 164 mln per gli alberghi, 111 mln per i bar e 50 mln per la GDO. La spesa energetica complessiva delle imprese del comparto potrebbe così arrivare fino a 2,9 miliardi di euro su base trimestrale, tornando sui livelli raggiunti solo con la crisi energetica del 2022 causata dallo scoppio del conflitto russo-ucraino. Sangalli: "Agire subito, a rischio consumi e crescita" Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli , è intervenuto sull'analisi del caro-energia presentata dalla Confederazione con parole ben precise: “ Il peggioramento della situazione internazionale e il continuo incremento dei costi dell’energia stanno mettendo in seria difficoltà le imprese e riducono la fiducia delle famiglie. Bisogna evitare che questi aumenti si scarichino interamente sulle bollette, con misure immediate e interventi strutturali, a partire da incentivi fiscali per l’efficienza energetica e da un ulteriore intervento sugli oneri di sistema. Allo stesso tempo, bisogna accelerare sulle rinnovabili e sullo sviluppo del nucleare sostenibile, ridurre la dipendenza dal gas, potenziare reti e sistemi di accumulo e riformare il meccanismo di formazione del prezzo dell’elettricità. Importante anche favorire la diffusione tra le imprese di contratti di acquisto di energia in forma aggregata, al fine di garantire prezzi vantaggiosi e stabili nel lungo termine. Ma bisogna agire subito, altrimenti andremo incontro ad una nuova stagione inflazionistica che ridurrà drasticamente i consumi e la crescita del Paese ”. Le proposte di Confconmmercio L’architettura della risposta proposta da Confcommercio ( guarda il link al documento integrale in pdf ) affronta il tema dell’emergenza energetica combinando interventi tampone a breve termine e riforme strutturali per il medio e lungo periodo. Sul fronte congiunturale, l'attenzione si concentra innanzitutto sulla revisione degli oneri generali di sistema, una componente che negli ultimi anni è arrivata a incidere per oltre il 20% sul totale delle bollette elettriche. Le norme introdotte dal Decreto Legge Bollette 2026 ne hanno avviato una contrazione dal 20% al 12%, garantendo al comparto del terziario un risparmio complessivo stimato attorno al 4%. L'impatto di questo taglio è stato tuttavia vanificato dall'impennata dei prezzi all'ingrosso della materia prima. Nel 2025, uno stanziamento straordinario di 600 milioni di euro a copertura della voce ASOS aveva ridotto la quota degli oneri al 5%, generando per le imprese spese inferiori di 300 milioni rispetto a quelle attuali. Considerato che la piena operatività dei correttivi stabiliti nel 2026 si manifesterà solo nel 2028, la Confederazione sollecita una misura emergenziale immediata, annuale e ad ampio spettro, svincolata dalle soglie di potenza installata , in modo da portare un sollievo diretto ai bilanci aziendali. Accanto al calo della pressione sui costi fisso-tariffari, viene richiesta una revisione degli incentivi fiscali destinati all'efficientamento energetico . Il progressivo ridimensionamento delle aliquote dell'Ecobonus registrato dal 2023 in poi ha frenato la propensione agli investimenti per la modernizzazione degli stabili e la riduzione dei consumi di processo. Ripristinare aliquote più generose e facilitare l'accesso ai contributi permetterebbe di contrarre stabilmente il fabbisogno energetico delle imprese e alleggerire i carichi complessivi sulla rete. Restano decisivi i tempi di attuazione delle misure già approvate nel DL Bollette. Confcommercio segnala l'urgenza di rendere pienamente operativi i contratti a lungo termine (PPA) per le piccole e medie imprese attraverso schemi contrattuali standardizzati e trasparenti gestiti in forma aggregata (art. 4), oltre alla rapida attivazione del meccanismo di liquidità sul ga s (art. 10), fondamentale per azzerare il divario di costo rispetto agli altri Paesi europei. Sul versante delle fonti pulite, viene rilevato un forte collo di bottiglia burocratico: circa 4.000 procedimenti autorizzativi risultano bloccati a livello regionale, paralizzando oltre 130 Gigawatt di nuova capacità rinnovabile pronta all'uso. Il superamento della frammentazione amministrativa e l'abbattimento dei vincoli sulle configurazioni di autoproduzione e sulle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) appaiono passaggi ineludibili per accelerare la transizione energetica. Nell'orizzonte di lungo termine, la riflessione riguarda la dipendenza sistemica dal gas, elemento che condiziona negativamente i prezzi rispetto a nazioni dotate di un mix orientato all'energia nucleare o a una presenza più massiccia di fonti alternative. La ricetta proposta passa per la diversificazione delle fonti di generazione, lo sviluppo del nucleare di nuova generazione sostenuto da forme di finanziamento che non gravino sulle bollette o sulla fiscalità generale, e l'ammodernamento delle infrastrutture di trasporto, stoccaggio e accumulo. La trasformazione più radicale riguarda tuttavia la riforma del meccanismo di formazione del prezzo dell'elettricità, proponendo il passaggio dal Prezzo Unico Nazionale (PUN) a un modello di mercato fondato su prezzi zonali . Questo cambio di impostazione permetterebbe di riflettere istantaneamente i costi reali di generazione nelle aree e nei distretti a più alta vocazione produttiva, fermo restando l'inserimento di meccanismi perequativi atti a redistribuire l'efficienza di prezzo su tutto il territorio nazionale senza generare distorsioni territoriali o speculative.

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Commercio in Italia, Confcom fa il punto

Introduzione e sintesi dei principali risultati Con questo primo Rapporto sul Commercio si vuole allargare lo sguardo dalla nati-mortalità dei negozi di prossimità – che nelle città italiane resta un tema scottante e irrisolto, seppure oggetto di nobili propositi e qualche iniziativa meritevole di attenzione – al mondo della distribuzione più in generale, con particolare focalizzazione sulle performance economiche del settore. Con questo primo Rapporto sul Commercio si vuole allargare lo sguardo dalla nati-mortalità dei negozi di prossimità – che nelle città italiane resta un tema scottante e irrisolto, seppure oggetto di nobili propositi e qualche iniziativa meritevole di attenzione – al mondo della distribuzione più in generale, con particolare focalizzazione sulle performance economiche del settore. Con il contributo dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne – il Centro Studi delle Camere di Commercio – si offre, in questa nota, una disamina relativa agli ultimi otto anni dei livelli e delle dinamiche dei principali parametri economici del commercio al dettaglio: unità locali, addetti, fatturato e rapporti rilevanti tra queste grandezze. La classificazione adottata per i negozi – formule e formati – è quanto più prossima possibile a quelle standard, presenti nelle statistiche ufficiali e condivise dagli esperti di settore. Marginali adattamenti specifici per i nostri scopi non sconvolgono il quadro statistico. L’Appendice tecnica chiarisce tutti gli aspetti al riguardo. Il periodo considerato va dal 2018 al 2025, cioè otto anni. Una volta l’avremmo considerato medio periodo. Oggi, date le continue rivoluzioni – la maggior parte vere, alcune presunte o solo mediatiche – costituisce un arco temporale sufficiente per valutare cambiamenti che possiamo immaginare si consolideranno nel futuro prossimo e meno prossimo. Il Rapporto consta di tre capitoli e di un’Appendice, dopo la presente introduzione: nel primo capitolo si riassume molto sinteticamente l’andamento dei consumi nel lungo periodo e i legami con le mutate caratteristiche della demografia italiana. Il secondo capitolo, il più importante, descrive il commercio al dettaglio in Italia considerando i due estremi temporali, come detto il 2018 e il 2025, periodo così definito dalla disponibilità di dati completi e affidabili. Il terzo capitolo declina su base regionale le principali evidenze quantitative del settore distributivo. L’Appendice descrive e chiarisce assunzioni e classificazioni utilizzate nell’analisi presentata nel Rapporto. *** I consumi negli ultimi trent’anni hanno subito modificazioni tali che, sia detto, con franchezza, sebbene ricadano sotto lo stesso nome, non appaiono per nulla omogenei nel 1995 e nel 2025. Per esempio, è consuetudine parlare di consumi alimentari e di osservarne l’evoluzione nel tempo. In realtà, trent’anni fa i consumi alimentari non avevano quasi nulla a che fare con ciò che acquistiamo e utilizziamo oggi per mangiare. Nel primo capitolo c’è qualche interessante riflessione su questo. Si pensi ai piatti pronti e al contenuto di servizio: la demografia ha molto a che fare con queste modificazioni. Le famiglie di 5 o più componenti erano lx% alla fine dello scorso millennio, oggi sono soltanto lo z%. L’età media cresce, la popolazione invecchia: non per questo le esigenze diminuiscono, anzi. Uno dei principali attrattori dei consumi è proprio il benessere: dalla cosmesi al salutismo nell’alimentazione. Su tutto c’è e governa la richiesta di servizio personalizzato. Si chiama terziarizzazione: le persone vogliono soluzioni e sono disposte a spendere per acquistare competenze, tempo, cure altrui. Forse neppure di consumi si dovrebbe più parlare. D’altra parte, qualche riscontro quantitativo è pur sempre necessario. Nella versione di “spesa per consumi” o “spesa delle famiglie” o semplicemente “spesa” si può accettare di abbandonare la sociologia per abbracciare l’economia. D’altra parte, la principale componente del PIL italiano (e di quello di tutti i paesi del mondo, avanzati o meno) sono proprio i consumi. E proprio dalla dinamica di questi si leggono le difficoltà strutturali in cui si dibatte da alcuni decenni la nostra economia: nel 2025 non abbiamo ripreso i consumi pro capite del 2007, mentre allora avevamo superato i livelli del 1995 di ben l’e%. qualcosa sulla composizione e un’altra battuta…. *** Parlando di commercio, specialmente di commercio al dettaglio, si deve subito affrontare un pregiudizio alimentato dai media sul ritardo produttivo che lo caratterizzerebbe, sulla marginalità di questo importante settore del terziario, sulle scarse prospettive di sviluppare innovazione e produttività. Ebbene, come si dimostrerà facilmente, tutto ciò è semplicemente falso. Prima di riassumere i risultati sul commercio al dettaglio in Italia nel periodo 2018-2025, descritti con dovizia di particolari nel capitolo secondo e tema centrale del presente Rapporto, si guardi all’evoluzione del valore aggiunto, delle unità standard di lavoro e della produttività del lavoro (il rapporto tra le prime due grandezze) nel complesso del commercio (ingrosso incluso) in un periodo molto lungo (dal 1995 al 2025; tab. A). Bastano pochi numeri (di fonte ufficiale, naturalmente) per chiarire che il commercio, al dettaglio e all’ingrosso, è orientato alla ricerca di efficienza: una ricerca coronata certamente di successo se, a fronte di una marginale riduzione dell’occupazione (-100mila unità in trent’anni), il prodotto medio per addetto è cresciuto nel periodo di oltre il 61%, contro una variazione pari al 5,4% dei servizi e l’8,7% del totale economia (tab. A, ultima colonna, terzo panel). Tanto basta per rispedire al mittente accuse varie e confuse di scarso dinamismo. Anzi, se il dato per l’intera economia riassume la malattia strutturale da bassa crescita (+0,3% il tasso medio annuo a capitalizzazione composta) che, appunto, attanaglia il sistema economico nella sua interezza, possiamo affermare che il commercio se ne distanzia totalmente. Quella malattia non ha afflitto il commercio. Tab. A – Servizi, commercio, economia: valore aggiunto reale, occupazione, produttività del lavoro negli ultimi trent’anni in Italia 1995 2025 2025/1995 var. ass. var. % valore aggiunto ai prezzi base – miliardi di euro in valori concatenati 2025 servizi 1.085 1.457 372 34,2 di cui: commercio 146 228 82 56,5 totale economia 1.613 2.015 402 24,9 unità standard di lavoro (000) servizi 14.664 18.679 4.015 27,4 di cui: commercio 3.554 3.449 -105 -3,0 totale economia 22.162 25.473 3.311 14,9 valore aggiunto per unità standard di lavoro servizi 74.004 77.989 3.985 5,4 di cui: commercio 40.947 66.041 25.094 61,3 totale economia 72.775 79.091 6.316 8,7 aggiungere Nota: In livelli assoluti, dunque, il valore aggiunto per unità standard di lavoro nel commercio si è avvicinato rapidamente alla media dell’economia nell’arco degli ultimi trent’anni. A questi ritmi, tra dieci anni il prodotto medio per lavoratore potrebbe superare il parametro dell’intera economia. D’altra parte, al netto di visioni pregiudiziali e distorte, nell’esperienza quotidiana si capisce che il commercio è cambiato radicalmente rispetto al passato, anche grazie al contributo dell’e-commerce e alle nuove tecnologie delle comunicazioni e dell’informazione. È tenendo a mente questi trend, per nulla esauritisi, che possiamo passare all’esame delle dinamiche di formati e performance del commercio al dettaglio negli ultimi sette anni (2018-2025). *** La tabella B riassume – certo, con perdita rilevante di informazioni – le analisi effettuate nel secondo capitolo, nel quale la disaggregazione dei formati è molto più ampia. Qui, la distinzione fondamentale è tra esercizi non specializzati, appartenenti in larghissima prevalenza alla distribuzione moderna, esercizi specializzati, interpreti della prossimità fisica, sociale e culturale, gli ambulanti e, infine, l’e-commerce e altro (un aggregato che include il vending e la distribuzione porta a porta). Il primo panel riguarda il numero di negozi nei due punti del tempo considerati. Al netto della stabilità degli ipermercati e della crescita dell’e-commerce, tutti gli altri negozi subiscono una forte riduzione della numerica. È l’ineludibile tema della desertificazione commerciale, qui qualificato dall’evidenza che sono i piccoli negozi, appunto gli specializzati, a subire le perdite percentuali più rilevanti. Quindi, il tema del recupero di efficienza del commercio si associa a quello di una diffusa, anche se eterogenea, rarefazione del servizio, specialmente nei centri storici delle città. In sostanza, questi due fenomeni potrebbero essere letti come un consolidamento al ribasso della distribuzione commerciale: ci saranno sempre meno piccoli negozi, ma ciascuno più efficiente di prima. Infatti, confrontando la variazione percentuale del numero di unità locali con quelle relative agli addetti formato per formato (secondo panel, in alto a destra della tabella B), si evince che ciascun negozio tende a ingrandirsi, cioè ad avere mediamente un maggior numero di addetti, salvo nel caso degli ipermercati, formato per il quale si assiste a un progressivo abbandono delle taglie più grandi (aumentano le unità locali e diminuiscono gli addetti). Nel complesso, al -14,4% della variazione del numero di negozi, corrisponde soltanto un -1,8% degli addetti. Crescono i lavoratori nella distribuzione moderna e organizzata, si riducono moderatamente nei piccoli negozi. Tab. B – Unità locali, addetti e fatturato nei diversi formati del commercio al dettaglio unità locali (000) var. % addetti (000) var. % 2018 2025 2018 2025 esercizi non specializzati 59,8 54,7 -8,5 492,2 512,5 4,1 – ipermercati 1,2 1,2 1,6 97,7 85,7 -12,3 esercizi specializzati 496,7 425,9 -14,3 1.242,6 1.212,3 -2,4 – piccoli negozi alimentari 92,6 76,0 -17,9 185,9 172,8 -7,0 totale sede fissa 556,5 480,6 -13,6 1.734,8 1.724,8 -0,6 ambulanti 86,0 62,5 -27,3 112,0 83,7 -25,3 e-commerce e altro 24,0 27,3 13,6 58,1 62,6 7,9 totale commercio al dettaglio 666,5 570,3 -14,4 1.904,9 1.871,1 -1,8 addetti per negozio var. % esercizi non specializzati 8,2 9,4 13,8 – ipermercati 81,1 70,0 -13,6 esercizi specializzati 2,5 2,8 13,8 – piccoli negozi alimentari 2,0 2,3 13,3 totale sede fissa 3,1 3,6 15,1 ambulanti 1,3 1,3 2,8 e-commerce e altro 2,4 2,3 -5,0 totale commercio al dettaglio 2,9 3,3 14,8 fatturato (miliardi di euro) var. % fatturato per addetto (000 euro) var. % esercizi non specializzati 120,8 150,0 24,2 245 293 19,3 – ipermercati 28,2 25,8 -8,4 289 301 4,4 esercizi specializzati 186,0 234,8 26,3 150 194 29,4 – piccoli negozi alimentari 17,4 22,3 28,4 94 129 38,1 totale sede fissa 306,8 384,9 25,5 177 223 26,2 ambulanti 4,6 3,9 -14,9 41 46 13,9 e-commerce e altro 15,5 22,0 41,9 267 351 31,5 totale commercio al dettaglio 326,8 410,7 25,7 172 220 27,9 Elaborazioni Ufficio Studi Confcommercio su dati Centro Studi Tagliacarne.

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